Covid-19 – Vedemecum legale #2: Il lavoro

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Il lavoro aqi tempi del corona virus

Difficilmente prendiamo parola su questioni che non riguardano direttamente le nostre pratiche, perché non è nostro metodo e perché pensiamo invece che “prima fare e poi parlare” rappresenti a pieno quello che siamo.

In questo caso, però, la situazione eccezionale richiede di fare uno strappo alla regola (che a esser sinceri abbiamo fatto già altre volte in passato) e di mettere nero su bianco alcune considerazioni sulle quali non vogliamo stare zitte/i.

La situazione eccezionale che stiamo vivendo non riguarda solo l’inaccettabile numero di morti che in queste settimane sta sconvolgendo il nostro paese e soprattutto le aree della Lombardia e del Nord Italia. E non riguarda solo la velocità con cui sono emerse tutte le mortificazioni subite negli ultimi decenni dai servizi nel nostro paese, partendo dalla sanità pubblica per arrivare al tema del carcere. La situazione eccezionale che sta succedendo adesso, e che l’emergenza sanitaria non ha fatto altro che accelerare, è l’eredità di moltissimi anni nei quali tutti i governi, dai colori più disparati, hanno proceduto sistematicamente a smantellare i più basilari diritti. Tra questi il diritto lavoro e la salute dei lavoratori.

L’affastellarsi di provvedimenti governativi, regionali e di novelli sindaci-sceriffi, che in altre occasioni sarebbe stata solo una pantomima grottesca, ha invece assunto nelle ultime settimane il volto della tragedia.

Ha fatto emergere la tenaglia che si produce tra il ricatto sui posti di lavoro da un lato e l’austerità dall’altro. La pandemia si è configurata come la tempesta perfetta. Con l’accordo del 14 marzo tra i vertici di CGIL-CISL-UIL e Confindustria si sono costruite, sulla pelle dei lavoratori e di tutti noi, le premesse perché questa tempesta divampasse ancora più potente e drammatica.

Mentre i luoghi di lavoro si accendevano di scioperi e proteste nate dal basso tra chi la pelle la rischia davvero (delegati inclusi), in alto ci si accordava sugli “obblighi” dei lavoratori e sulle “possibilità” per i datori di lavoro. Uno squilibrio nel gioco messo nero su bianco, due parole che rendono palese l’asimmetria nella quale la pandemia si sta diffondendo.

Un accordo privo di qualsiasi forza migliorativa per la sicurezza nei luoghi di lavoro, quando quei luoghi andavano invece chiusi per tutelare la salute di tutte e tutti.

Gli effetti di questa dinamica hanno contribuito a diffondere il virus, dato che le fabbriche hanno agito come luoghi di diffusione del contagio.

  1. Primo perché i lavoratori per raggiungere i luoghi di lavoro si spostano tutti assieme nelle stesse ore, spesso usando treni o mezzi pubblici.
  2. Secondo perché aver chiuso asili e scuole ha fatto sì che i genitori costretti a lavorare lasciassero i bambini ai nonni, esponendoli cosi al rischio del contagio.
  3. Terzo perché la mancanza di una normativa precisa e vincolante per i datori di lavoro ha permesso che le misure di messa in sicurezza medico-sanitaria si trasformassero in terreno di discrezionalità, dove solo le lotte dei lavoratori stessi hanno permesso di difendere la sicurezza di tutti e tutte noi.

Pensiamo ai lavoratori dei supermercati, per esempio. L’Art. 16 del decreto “Cura Italia”, sancendo l’equiparazione “d’ufficio” tra i vari Dispositivi di Protezione Individuale, costituisce l’esempio emblematico dell’asimmetria all’interno dei posti di lavoro, autorizzando l’uso -in funzione di tutela della salute – addirittura di “mascherine filtranti prive del marchio CE”.

Tanto valeva – permetteteci l’ironia – di annoverare tra i requisiti di sicurezza l’uso dello scottex o dei fazzolettini di carta.

Bergamo, in particolare, è stato il luogo in cui maggiormente si è concentrata finora questa catastrofe. Gli interessi padronali hanno impedito la creazione di una zona rossa regionale tempestiva, e quando è stata istituita è stata tardiva e non ha fermato le produzioni non essenziali. Dove è stata invece adottata questa misura, come a Lodi, i risultati si vedono ed è chiarissimo che si è dimostrato un provvedimento fondamentale a limitare la diffusione del virus.

Sulle spalle di Bergamo è ricaduto un numero ingiustificabile di morti, sulle spalle di Bergamo è ricaduto il peso della battaglia tra profitto e salute.

Le pressioni esercitate da chi antepone il profitto alla salute dei lavoratori, partendo da Confindustria, continuano tutt’oggi.

Il Decreto firmato l’altro ieri, che mediaticamente è stato sbandierato come il tanto richiesto blocco alla produzione, già alla prima lettura si conferma come l’ennesimo compromesso tra governo e Confindustria e, francamente, ci domandiamo a quale titolo un’associazione di industriali possa anche solo “permettersi” di suggerire cosa è meglio fare o non fare dopo aver prodotto questo macello. Ma la risposta la sappiamo.
Purtroppo.

Non sono un caso le maglie larghe con le quali si sono scelte le classi ATECO delle aziende autorizzate a proseguire la produzione, mentre la deliberata confusione e vaghezza del provvedimento non porta alcun chiarimento su cosa costituisce la filiera produttiva essenziale. Non è un caso che il decreto, comunicato in pompa magna, accolga completamente la richiesta di Confindustria di posticipare la sua entrata in vigore il più possibile, cioè entro mercoledì 25.

I timidi borbottii di CGIL CISL e UIL, che con notevole ritardo minacciano lo sciopero e accusano il governo di aver giocato sporco cambiando la lista delle aree produttive autorizzate a rimanere in funzione, la dice lunga su chi siede nella vera stanza dei bottoni. In questo decreto si leggono, in controluce, i rapporti di forza esistenti: la mano pesante di Confindustria e la debolezza di un sindacato che da troppo tempo ha scelto la concertazione come modello privilegiato di regolazione del conflitto tra capitale e lavoro.

Tutto questo ci fa capire una sola cosa: l’emergenza, ancora un’altra volta, non ha fatto altro che accelerare e mettere in luce i rapporti che esistono dentro la società.

Non ha creato niente che non esistesse già.
Emerge ancora, più forte di prima, l’asse lungo il quale si dipana tutta la faccenda.
Un asse che contrappone i lavoratori e la loro salute ai padroni e i loro profitti.

E noi stiamo coi lavoratori, su questo non abbiamo dubbi.

Per questo, come BSA, nelle prossime ore produrremo dei supporti grafici per fornire ai lavoratori le informazioni necessarie su come comportarsi nei luoghi di lavoro per tutelare la loro salute e difendere il loro posto di lavoro. Lo facciamo perché per noi la solidarietà attiva è parte integrante della difesa della condizione della nostra classe. È stato sempre così per la nostra organizzazione, perché sappiamo benissimo che non è vero che le tragedie colpiscono tutti alla stessa maniera.

Vogliamo quindi dare la nostra totale solidarietà a tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori in sciopero o che sciopereranno nelle prossime ore e nei prossimi giorni, pagando con il loro salario la sicurezza di noi tutti.

Proseguiamo l’attività che abbiamo definito di mutualismo digitale.

Riteniamo che sia particolarmente importante informare i lavoratori sui loro diritti, di fronte a una situazione di totale confusione nella quale i datori di lavoro spesso adottano comportamenti che li espongono a ulteriore rischio di contagio.

Milioni di lavoratori sono ancora impropriamente costretti a lavorare.

Tanti invece devono lavorare perché sono quelli fondamentali per noi tutti come ad esempio gli operatori sanitari.

A tutti loro va garantita sicurezza sul luogo di lavoro affinché possano essere sicure anche le nostre comunità.

#covid19 #iorestoacasa

Il lavoro aqi tempi del corona virus