Progetto di inchiesta sul post-sisma del Centro Italia del gruppo di ricerca “Emidio di Treviri”, che riflette sulle modalità distorte attraverso cui si intende provvedere al bisogno abitativo nelle aree terremotate, compiacendo i costruttori e spostando le popolazioni. 10 luglio 2017 (p.d.)

“Lo spazio è diventato uno strumento politico di primaria importanza per lo Stato. Lo Stato usa lo spazio per garantire il controllo sui luoghi, la sua stretta gerarchia, l’omogeneità del tutto e la segregazione delle parti”
Henri Lefebvre, 1974 

Sono passati ormai dieci mesi dalla prima scossa di terremoto che ha sconquassato l’Alta Valle del Velino, del Tronto e poi il resto. Dieci mesi da quando la geografia di quello spazio che dalla catena dei Monti della Laga attraversa i Sibillini è scomparsa sotto la fredda, uniformante e generica denominazione di “cratere”. Ma i luoghi conservano traccia anche del tempo sospeso. Mentre il futuro di chi è stato parcheggiato nelle strutture ricettive della costa resta appeso al rimpallo di responsabilità tra Unioncamping, Federalberghi, Protezione civile ed enti regionali, ad essere certo è il fatto che delle decine di migliaia di casette SAE (Strutture Abitative di Emergenza) ordinate per i terremotati se ne vedono davvero poche. Il 5 giugno ne è stata assegnata la prima manciata sul lato Marche, visto che le uniche 97 ad oggi abitate sono state inaugurate tra Amatrice e Norcia. Anche per le casette di Pescara del Tronto (le prime che saranno abitate nelle Marche) è toccato l’esito di essere estratte a sorte tra le molte famiglie in attesa: anche stavolta – come ad Amatrice e Norcia – l’esasperazione dei terremotati si è trasformata in tensione, lacrime e rabbia durante il sorteggio.

Sulla base delle esperienze pregresse e grazie agli strumenti contrattuali messi in campo [1] dalla Protezione Civile, l’attesa sarebbe dovuta durare appena sei mesi. Il dato certo è che ad oggi, nelle Marche, la regione che registra il numero più alto di sfollati e sfollate in attesa di una sistemazione nei SAE (5.040, secondo i dati ufficiali), nessuno ha ancora ricevuto le chiavi dei moduli abitativi e nella maggioranza dei comuni interessati non sono neanche partite le opere di urbanizzazione. Ora più che mai è evidente la condizione di affanno in cui versano le istituzioni circa la gestione della questione abitativa dei terremotati. In questo tempo immobile che perimetra l’emergenza, catturato e scandito dal succedersi di decreti ed ordinanze, il Governo mette in campo l’ennesima opzione per cercare di raddrizzare i dati.

L’articolo 14, titolato “Acquisizione d’immobili ad uso abitativo per l’assistenza della popolazione” ed inserito per la prima volta nel Decreto n.8 del 9.11.2017 (convertito in legge lo scorso 7 Aprile), autorizza infatti le Regioni a comprare unità immobiliari da destinare in maniera provvisoria ai terremotati e, in un secondo momento trasformarle in “case popolari” (qui è possibile leggere una prima analisi del decreto). Una notevole operazione di acquisizione al patrimonio pubblico residenziale, dunque, come non succedeva da decenni e compiuta attraverso il Fondo nazionale per le Emergenze (ai sensi dell’articolo 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225). Costituirebbe un importante passaggio di riflessione ragionare sul fatto che
a) la “domanda di casa” costituisca un tema all’ordine del giorno solo in una situazione straordinaria come il post-terremoto, b) che lo Stato cerchi di tamponare parte della questione del disagio abitativo solo grazie all’emergenza, nonché c) che le istituzioni individuano, tra le molte categorie sociali in affanno, quella dei terremotati quale target-group meritevole di un intervento – al contrario di tutti gli altri -. Ma tralasciando per il momento questi interrogativi e stando a una superficiale lettura del fenomeno, l’operazione dell’art.14 sembrerebbe quasi rappresentare un’inversione di tendenza rispetto alla grande ritirata dello Stato dal sociale delle ultime decadi.

«4. Al termine della destinazione all’assistenza temporanea, la proprietà degli immobili acquisiti ai sensi del comma 1 può essere trasferita senza oneri al patrimonio di edilizia residenziale pubblica dei comuni nel cui territorio sono ubicati.

5. Agli oneri derivanti dall’attuazione delle misure previste dal presente articolo si provvede con le risorse finanziarie che sono rese disponibili con le ordinanze adottate ai sensi dell’articolo 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225, per la gestione della situazione di emergenza.»

L’articolo 14 della legge avrebbe potuto rappresentare, oltre a una simbolica inversione di tendenza rispetto all’interesse pubblico per chi ha necessità reali, anche un argine alla bolla speculativa del mercato degli affitti nelle zone terremotate. Una situazione che colpisce soprattutto le aree periferiche del cratere e i territori ad esso immediatamente adiacenti, gonfiata nel corso dei mesi dal meccanismo del contributo di autonoma sistemazione (CAS). Il CAS, inizialmente pensato come una misura per sostenere chi aveva perso tutto, in alternativa alle altre forme assistenziali, si è trasformato infatti in un’ iniqua forma di sostegno al reddito [2] che – nelle sue distorsioni – ha anche contribuito a deformare il mercato degli affitti. Ma se rubrica legis non est lex ed il disastro rappresenta sempre più spesso un’occasione privilegiata per una diversa redistribuzione delle risorse, facilmente è possibile notare quanto l’aleatorietà e la poca specificità con cui la norma è stata redatta abbia lasciato ampi margini interpretativi alle quattro Regioni coinvolte, chiamate ad applicarla attraverso l’emissione di bandi pubblici. I bandi regionali, indipendenti l’uno dall’altro, hanno operato in maniera diversa, come se i confini amministrativi rappresentassero una reale spartizione dei luoghi. Come se i terremotati di Accumoli (Rieti, Lazio) abbiano caratteristiche così diverse rispetto a quelli di Arquata (Ascoli P., Marche) o di Ceppo (Teramo, Abruzzo) o di Norcia (Perugia, Umbria), tutti compresi nello stesso raggio di 20 chilometri.

Analizzando le specifiche degli avvisi di manifestazione di interesse pubblicati finora, salta subito all’occhio quanto l’implementazione della legge abbia assunto di regione in regione forme dissimili e, in alcuni casi, pericolose. La prima evidenza, conferma la straordinaria efficacia riscossa dai Tavoli tecnici permanenti di confronto coordinati dal Direttore dell’Ufficio speciale per la Ricostruzione, ed avviati, ad esempio nel caso della Regione Marche, con l’Associazione dei Costruttori (ANCE – Confindustria). Scorrendo le specifiche del bando emanato dalle regioni adriatiche, è facile ravvisare quanto le modalità di applicazione di una misura potenzialmente virtuosa in linea di principio, corrano il rischio di scadere nella possibilità di implementare i meccanismi di speculazione e di rendita del mercato immobiliare. In base alla regolamentazione stilata dalla Regione che è stata coinvolta in due terremoti e che annovera 27.046 terremotati, le abitazioni devono essere preferibilmente nuove, prioritariamente mai utilizzate e possono trovarsi anche fuori dai comuni del cratere (al contrario di Marche e Abruzzo, l’Umbria [3], ad esempio, non prevede quest’ultimo punto). Il pensiero corre immediatamente alle cementificazioni della costa:
«12. Non essere mai stati abitati
[…]
Le offerte potranno riguardare anche gli alloggi ubicati in immobili in corso di realizzazione, acondizione che l’offerta riguardi un gruppo di alloggi compresi nello stesso stabile e che questi vengano ultimati e resi disponibili entro 3 mesi dalla data di adozione dell’atto di formale di adesione all’acquisto da parte del COR, e comunque alla stipula dell’atto notarile di acquisto.»

A ribadire il concetto, le regioni adriatiche chiariscono che non sono interessate alle abitazioni di tipo rurale. Ma per il costruttore più esigente il regalo arriva negli ultimi passaggi del bando: l’offerta di acquisto delle istituzioni è valida anche per quelle case e quegli edifici ancora non ultimati, previa consegna entro i tre mesi dalla stipula dell’acquisto [4]. Vengono quindi compresi gli scheletri che gli speculatori hanno abbandonato sul territorio, a patto che siano ultimati a firma del contratto avvenuta. Una simile applicazione dell’art. 14 rappresenta un assist senza precedenti agli impresari edili che, favoriti nelle graduatorie rispetto ai singoli proprietari e alla logica delle ristrutturazioni, possono piazzare l’invenduto storico alle Regioni.

Il primo bando pubblicato dall’Erap [5], l’ente marchigiano per l’abitazione pubblica, che si è chiuso lo scorso 3 Aprile, ha ammesso 654 offerte di vendita (85 nella provincia di Ancona, 148 ad Ascoli Piceno, 109 a Fermo e 312 a Macerata) per un totale di 95.749.743,72 milioni di euro [6]. All’indomani della chiusura del bando, commentava così il presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli: “è un ulteriore tassello che, insieme con altri provvedimenti, ci consente di agevolare il processo di rientro delle persone le cui abitazioni hanno subito danni gravi dal sisma, in attesa della ricostruzione pesante”. Ma la prassi sembra essere direzionata proprio nel verso opposto, incentivando le urbanizzazioni incompiute, favorendo così lo spopolamento dei territori interni colpiti dal sisma. Infatti, come si nota dalla mappatura, la maggior parte degli immobili individuati dal bando è collocata nelle zone dove negli ultimi anni si sono verificati i maggiori incrementi di densità urbanistica, ben lontano dalle aree interne.

Mappatura delle proposte di acquisto valutate idonee all’acquisizione (in arancione) e dei comuni colpiti dai terremoti del 24/agosto, 26-30/ottobre 2016 e 18 gennaio 2017 (in blu). Dati pubblicati da graduatoria “Erap – Marche” a seguito del primo avviso pubblico di manifestazione di interesse scad. 03/04/2017.
L’articolo 14 non è che l’ennesimo tassello di una politica imposta dall’alto, senza il coinvolgimento delle popolazioni interessate. Pensare di trasferire i terremotati e le terremotate lontano da casa, ospiti di soluzioni che potenzialmente sono destinate a durare anni, non collima con una una ricostruzione immaginata insieme alla gente per ridare un futuro alle aree interne. Al tempo stesso rappresenta una delle più intense operazioni di trasferimento della popolazione dai tempi dello sfollamento sulla costa domiziana degli abitanti dei quartieri centrali di Napoli cacciati per far posto al Centro Direzionale. Solo che stavolta, in virtù della retorica progressista dello Stato che finalmente torna a fare edilizia pubblica per chi ha bisogno, bisognerà anche ringraziarli di questo favore fatto ai costruttori ai danni di terremotati e aree interne.

 

per “Emidio di Treviri” Gruppo di Ricerca sul post-sisma del Centro Italia

EMIDIO DI TREVIRI
Il gruppo di ricerca “Emidio di Treviri” è un progetto di inchiesta sul post-sisma del Centro Italia. Nasce nel Dicembre 2016 da una Call for Research lanciata grazie alle Brigate di Solidarietà Attiva, un’associazione che interviene in contesti d’emergenza promuovendo solidarietà dal basso e autogestione. Decine di dottorandi, ricercatori e professori universitari hanno aderito all’appello dando vita a una significativa esperienza di ricerca collettiva e autogestita. Scienziati sociali, architetti, psicologi, urbanisti, antropologi, ingegneri, giuslavoristi etc. si sono impegnati a coordinarsi in maniera orizzontale per costruire un’inchiesta sociale critica sul post-sisma dei Sibillini che ha colpito quattro regioni durante tre momenti intensi (Agosto 2016; Ottobre 2016; Gennaio 2017). 

[2] Dopo dieci mesi di mensilità, difatti, il contributo economico a fondo perduto e senza vincoli di spesa è diventato uno strumento molto simile a un reddito garantito, non calibrato però secondo lo status socio-economico di partenza con il risultato che situazioni familiari eterogenee ricevano contributi identici.
[3] http://www.regione.umbria.it/edilizia-casa/sisma-2016-acquisto-alloggi