Sembra ormai sempre più evidente che, saltato ogni schema razionalizzato per l’emergenza, le istituzioni siano in affanno nella gestione della questione abitativa dei terremotati del Centro Italia. In clamoroso ritardo con le consegne delle casette SAE e con una sempre più ingestibile situazione negli hotel, la Presidenza del Consiglio dei Ministri inventa l’ennesima opzione abitativa contribuendo al caos espresso finora tra container, affitti, hotel, casette etc etc.

Per scongiurare foschi orizzonti e mettersi al riparo da un altro inverno con la popolazione fuori dalle proprie case, nel decreto-legge 9.II.2017 n. 8 il Governo inventa l’art. 14 dal titolo “Acquisizione d’immobili ad uso abitativo per l’assistenza della popolazione”, il quale indica genericamente la possibilità per le Regioni di comprare unità immobiliari da destinare in maniera provvisoria ai terremotati.

Una notevole operazione di acquisizione al patrimonio pubblico residenziale, che di per sé rappresenterebbe un’inversione di tendenza rispetto alla grande ritirata dello Stato Sociale negli ultimi 30 anni, compiuta grazie al Fondo nazionale per le Emergenze (ai sensi dell’articolo 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225) e che avrebbe potuto rappresentare un argine alla bolla del mercato degli affitti dettata dal meccanismo del CAS.

Trascurando in questo passaggio che il diritto all’abitare costituisca un tema all’ordine del giorno solo in una situazione straordinaria, e che lo Stato cerchi di tamponare parte della questione del disagio abitativo solo grazie all’emergenza, ci soffermiamo su alcune criticità insite nell’applicazione dell’art. 14 e che gettano -a nostro parere- una gravissima ipoteca sul futuro delle aree interne terremotate.

L’aleatorietà e la poca specificità con cui l’art. 14 è stato redatto, infatti, ha lasciato ampi margini interpretativi alle Regioni coinvolte, chiamate a regolamentare il processo attraverso i bandi pubblici, che hanno interpretato l’implementazione della legge in forme dissimili e, in alcuni casi, pericolosi.

La prima evidenza è la straordinaria efficacia avuta dai Tavoli tecnici permanenti di confronto coordinati dal Direttore dell’Ufficio speciale per la Ricostruzione avviati, per esempio dalla Regione Marche, con l’Associazione dei Costruttori (ANCE – Confindustria). A scorrere le specifiche del bando delle regioni adriatiche il pensiero corre immediatamente alle cementificazioni della Costa: secondo le regole stilate le abitazioni devono essere preferibilmente nuove, prioritariamente mai utilizzate e possono trovarsi anche fuori dai comuni del cratere (al contrario di Marche e Abruzzo, l’Umbria, ad esempio, non lo prevede). Un regalo che nemmeno i costruttori più speranzosi sarebbero riusciti a immaginare.

A ribadire il concetto, le regioni adriatiche chiariscono che non sono interessate alle abitazioni di tipo rurale (del resto di terremotati in campagna non ce n’erano…) e che l’offerta è valida anche per quelle case e quegli edifici ancora non ultimati (previa consegna entro i tre mesi dalla stipula dell’acquisto).

Vengono quindi compresi gli scheletri che i costruttori hanno abbandonato sul territorio, a cui viene chiesto di ultimarli a firma del contratto avvenuta.
Questa applicazione dell’art. 14 rappresenta un assist senza precedenti agli impresari edili che possono piazzare l’invenduto alle Regioni, favoriti nelle graduatorie agli appartamenti singoli, ai piccoli proprietari, alla logica delle ristrutturazioni; al contrario vengono incentivate le urbanizzazioni incompiute, la fabbricazione del nuovo e – in maniera grave – lontano dai territori colpiti dal sisma.Pensare di trasferire le popolazioni terremotate lontano da casa, ospiti di soluzioni che potenzialmente sono destinate a durare anni, è l’esatto contrario di una ricostruzione pensata per ridare vita alle nostre aree interne.


  1. Decreto legge 9 Febbraio 2017, n°8
    http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/02/9/17G00021/sg