Palazzo san Gervasio: la Guantanamo italiana costruita di nascosto persino alla regione Basilicata

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  cliccate sul video per vedere le violenze della polizia. I video sono stati girati dai migranti stessi, visto che nella struttura è impedito a tutti, giornalisti e persino deputati, di entrare e controllare le condizioni di vita e il trattamento dei migranti. Il tutto senza che la Regione Basilicata ne sapesse nulla: lo hanno scoperto solo grazie al reportage dell’espresso, nonostante le Brigate di Solidarietà attiva stiano monitorando la situazione da mesi.

Comunicato del governatore Vito De Filippo che vuole un’indagine sulle condizioni dei migranti “reclusi” a Palazzo San Gervasio. Ed emerge un particolare preoccupante: quando il campo venne costruito, la Regione non venne neppure informata. E il Prefetto di Potenza ammise che era stata chiesta riservatezza

POTENZA – Il campo di Palazzo San Gervasio è stato costruito in fretta e furia, in pochi giorni al momento dell’esplosione della crisi africana e, soprattutto, senza che le autorità locali della Basilicata ne sapessero nulla. E’ quanto si evince dal comunicato emesso questa mattina dal governatore lucano Vito De Filippo in seguito al nostro servizio sul Cie (Centro di identificazione ed espulsione). Il racconto del portavoce del governatore, Nino Grasso, è preoccupante: “In quei giorni, forse erano i primi di aprile, venimmo a sapere dagli abitanti della zona della costruzione del campo. De Filippo fece cercare il Prefetto di Potenza che, solo a tarda sera, si fece trovare e spiegò, piuttosto imbarazzato, che avevano ricevuto ordine di allestire il campo senza dir niente a nessuno. Compresa la Regione, a giudicare dai fatti…Comunque, all’inizio era un campo di accoglienza. Poi è stato trasformato in Cie”. La questione, dunque, preoccupava da tempo le autorità lucane e De Filippo in persona aveva visitato Palazzo San Gervasio. Ora, il reportage di “RE Le inchieste” ha riaperto la questione e il governatore in persona chiede un’indagine e immediati provvedimenti. Dall’interno del campo, dai migranti clandestini, intanto, arrivano segnali di paura. Nessun intervento “fisico”, almeno finora, ma qualche segnale minaccioso (perquisizioni, insulti, sequestri di macchine fotografiche, rumore durante la notte per impedire il sonno) che ha fatto preoccupare i “reclusi” colpevoli di aver fatto uscire il video pubblicato da Repubblica.it. Purtroppo, a causa del divieto di Maroni per il quale i giornalisti non possono entrare nei Cie, è impossibile andare a verificare.

Ed ecco il comunicato della Regione Basilicata

“Un reportage pubblicato questa mattina sul sito internet del gruppo Repubblica-Espresso paragona il campo profughi di Palazzo San Gervasio ad una sorta di Guantanamo in salsa italiana. La sua lettura – fa sapere il portavoce del governatore lucano, Vito De Filippo – ha provocato un’intima sofferenza e un forte disagio istituzionale in chi guida la Regione Basilicata.

La nostra  –  ha sottolineato il presidente De Filippo  –  è da sempre terra di accoglienza e di grande ospitalità, soprattutto nei riguardi di chi fugge dai paesi africani sconvolti dalla guerra. Siamo stati tra i primi in Italia, nei giorni caldi della rivolta, a manifestare l’intenzione di accogliere i profughi provenienti dalla Libia. Per cui è inaccettabile che un campo di identificazione ed accoglienza (Cie) realizzato e gestito dal Ministero degli Interni, all’insaputa e senza alcun avallo da parte della massima Istituzione democratica lucana, getti  –  se fossero vere le cose denunciate – un’ombra infamante su un intero territorio e sulla sua popolazione.

Per questa ragione, il presidente De Filippo, che ha già avuto modo a suo tempo di visitare il campo di Palazzo San Gervasio mantenendo sempre alta l’attenzione sul sistema di accoglienza posto in essere dalla Protezione Civile nazionale, ha chiesto agli organi competenti di fare la massima chiarezza su quanto riportato dal reportage giornalistico, convocando, se necessario, una riunione urgente con la partecipazione delle Istituzioni democratiche interessate”.

fonte: www.inchieste.repubblica.it